Al principio la definirono 'strana guerra'. Era cominciata il 1° settembre 1939, dopo che francia e inghilterra avevano aperto le ostilità contro la germania, impadronitasi di mezza polonia, non contro l'urss, che si era presa l'altra metà. L'esercito francese, considerato il più forte del mondo, cui si era aggiunto il corpo di spedizioni britannico, era schierato dietro la linea maginot (anch'essa la più forte del mondo). Quello tedesco, molto più debole poiché il grosso era impegnato in polonia, stava dietro la linea sigfrido. Ma per mesi non si sparò un solo colpo: entrambi gli schieramenti facevano il possibile per non irritare il nemico. Evidentemente aspettavano qualcosa. Ma cosa? A dicembre il cannone cominciò a tuonare, ma molto più lontano, nel profondo nord: era scoppiato il conflitto russo-finnico, che si rivelò subito una guerra 'vera'. Tutti i corrispondenti accorsero in quelle gelide terre, e per qualche tempo si ebbe l'impressione che il destino del mondo fosse in gioco lassù e non lungo la linea maginot. Accadde cosi che gli occidentali fecero più sforzi per salvare la finlandia che non l'alleata polonia. Anche l'italia, con grande dispetto di hitler si unì alla crociata antibolscevica. Cosa stava dunque accadendo? Erano diventati tutti pazzi? Arrigo petacco torna a occuparsi di storia contemporanea in un saggio che svela come in quei mesi in molti ambienti politici ed economici occidentali il nemico da battere era stalin, e non hitler.
'È notorio' scriveva massimo d'azeglio pochi giorni dopo la proclamazione dell'unità d'italia 'che, briganti o non briganti, i napoletani non ne vogliono sapere di noi e che ci vogliono sessanta battaglioni, e pare che non bastino, per tenerci quel regno. Forse c'è stato qualche errore. ' era il 1861. L'italia non era ancora fatta, anche se era già stata proclamata regno. Sfumato il progetto federalista di cavour, il sogno unitario di garibaldi e di mazzini tardava a realizzarsi. Per tutto il decennio successivo il neonato regno d'italia, privato della lucida guida del 'tessitore', morto anzitempo, fu affidato a uomini che non erano all'altezza del grande statista. Invece di attuare l'ampio decentramento regionale da lui auspicato, si preferì rinviarlo 'provvisoriamente' e 'piemontesizzare' il paese, trasferendo pari pari lo statuto albertino del vecchio regno di sardegna nelle regioni annesse. Le insorgenze che seguirono nell'italia meridionale furono scambiate per mero brigantaggio da liquidare con la forza, ignorando le motivazioni sociali che le alimentavano. Ne derivò una sorta di guerra civile che insanguinò per anni il paese. Inoltre la rozza campagna anticlericale, pur giustificata dalla stolta politica temporale di pio ix, divise gli italiani anche nel campo della religione, l'unico collante che avrebbe potuto tenerli insieme.
Quando nel 1982, uscì 'alla conquista di lhasa', molti trovarono semplicemente entusiasmante la rievocazione della corsa, fra la fine dell'ottocento e i primi decenni del novecento, per la conquista di quello che ancora era, nell'immaginazione popolare, il paradiso perduto: il tibet. In effetti le imprese di personaggi come anne royle taylor - che nel 1892 dai teatri dell'east end passò ai sentieri himalaiani, arrivando, a dorso di mulo, a un passo da lhasa -, o di maurice wilson - fermato dalle autorità inglesi in india poco prima di mettere in opera l'ultima fase del suo piano, che prevedeva di schiantarsi con un biplano gipsy moth alle falde dell'himalaya per poi proseguire a piedi alla volta dell'inaccessibile capitale - restano nella memoria. Ma a chi lo sa davvero leggere il racconto di hopkirk suggerisce anche qualcos'altro, e cioè ad esempio il senso di una credenza antichissima, secondo la quale chi conquista il tibet conquista, semplicemente, il mondo, oltre alla strana sensazione che le tensioni globali, se accostate a quello che ancora oggi rimane il loro misterioso e segreto epicentro, non siano che epifenomeni marginali.
Nel 212 d. C . , con un decreto dell'imperatore caracalla, veniva concessa la cittadinanza romana a tutti gli abitanti liberi dell'impero. Una decisione rivoluzionaria, che tuttavia portava a termine un processo avviato quasi mille anni prima da romolo, il leggendario fondatore di roma, il quale, con un gesto inconsueto per le civiltà antiche, aveva invitato gli stranieri, i diseredati, i profughi e gli esiliati a unirsi a lui, trasformandoli di fatto in cittadini romani. Fu questa disponibilità ad accogliere nuovi arrivati a fare di un piccolo e insignificante villaggio sorto sulle rive del tevere una potenza in grado di dominare un territorio che si estendeva dalla spagna alla siria, dalla germania al sahara? A partire da questo interrogativo, mary beard in
Perché il 1956 fu l'anno spartiacque del novecento«canfora, con l'abituale chiarezza e una padronanza della storia capace di spaziare dal v sec. a . C . Ai nostri giorni, illustra questi eventi capitali, li lega tra loro, ne mette in luce le corrispondenze. Come in un racconto, si snodano sotto gli occhi del lettore le trattative, i retroscena, ciò che si agitava sotto la vernice delle motivazioni ufficiali. » - corrado augias, il venerdì di repubblica
L'unità d'italia è un valore indiscutibile, ma come è stata raggiunta? Dei 22 anni dall'esplosione rivoluzionaria del 1848 alla breccia di porta pia nel 1870, molti episodi rimangono nell'ombra: il bombardamento piemontese di genova del 1849, i plebisciti combinati per le annessioni del centro italia, le agitazioni manovrate da carabinieri infiltrati, la corruzione e gli appoggi mafiosi e camorristici alla marcia trionfale di garibaldi, la guerra civile del brigantaggio, le leggi anti-cattoliche. Con il piglio narrativo del giornalista e basandosi su una ricca scelta di documenti inediti, gigi di fiore sfata i miti del risorgimento, portando alla luce fatti troppo a lungo rimossi.
In questo libro francesco filippi ripercorre la nostra storia coloniale, concentrandosi anche sulle conseguenze che ha avuto nella coscienza civile della nazione attraverso la propaganda, la letteratura e la cultura popolare. L'intento è sempre quello dichiarato nei suoi libri precedenti: fare i conti col nostro passato per comprendere meglio il nostro presente e costruire meglio il futuro. «il nuovo saggio di francesco filippi racconta la rimozione collettiva della sanguinaria occupazione italiana in africa. E la